Don Tonino Bello: il pastore con il grembiule, l’uomo che osò la pace

Don Tonino Bello: il pastore con il grembiule, l’uomo che osò la pace

Don Tonino Bello
Attraverso una delle ultime novità pubblicate per la collana I Santi del Messalino, siamo invitati a riscoprire una figura che è e resterà un “uomo dei nostri giorni”: don Tonino Bello, venerabile, monsignore, ma soprattutto, semplicemente, sacerdote. Un pastore la cui vita era fatta di una fede che sapeva declinarsi in un programma d’azione radicale, scritto sul passo degli ultimi. Il sapore della semplicità La grandezza di don Tonino risiede nella sua sconcertante semplicità, una qualità forgiata nella sua terra natale, «piccola e povera», come lui stesso l’ha definita. Egli stesso ricordava che proprio questa povertà gli aveva donato «la ricchezza incomparabile di capire i poveri e di potermi oggi disporre a servirli». La sua infanzia è un affresco di valori umili e puliti: i «tepori di focolari nelle sere d’inverno», il «sapore di pane (solo pane)», e i «profumi di campo e di bucato». La sua gente era «povera di denaro, ma ricca di sapienza», «linda nella casa e nel cuore». Questa adesione alle origini e questa sua semplicità di fondo lo porta a una scelta significativa: pur nominato vescovo, continua a farsi chiamare “don Tonino”. Per lui, il titolo episcopale non aveva «molto da spartire né con la povertà di Betlemme né con l’ignominia del Calvario». L’essenziale, diceva, non stava «negli appellativi e neppure nel guardaroba».
Don Tonino Bello tra la gente

La Chiesa del grembiule

La sua vocazione era chiara fin dall’ordinazione sacerdotale, segnata dalla frase evangelica: «Per questo Egli mi ha consacrato per annunziare la buona novella ai poveri» (Lc 4,18). Don Tonino non si limita a predicare questa missione, ma la vive con una concretezza disarmante. All’ingresso nella diocesi di Molfetta, chiede di essere accolto come «fratello e amico, oltre che come padre e pastore», portando con sé solo «la Parola di Dio e la tenerezza, la sofferenza e la speranza indistruttibile della mia piccola, stupenda Chiesa d’origine». Egli voleva essere «un Vescovo fatto popolo», e per questo conia l’espressione potente di «Chiesa del grembiule». Il grembiule, per lui, era l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Don Tonino insisteva su questo: «La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile». E non si limita alle parole ma interviene in prima persona a sostegno degli operai in sciopero delle Acciaierie Ferriere Pugliesi; di fronte alla crisi degli alloggi, apre le porte del suo appartamento vescovile a cinque famiglie di sfrattati.

Sarajevo e il vocabolario della pace

Se la semplicità è il suo tratto distintivo, la pace è la sua bandiera. La guerra aveva segnato profondamente la sua infanzia con la perdita del padre e di due fratelli. Da presidente nazionale di Pax Christi, don Tonino si impegna con tutte le sue forze per far comprendere che la pace «non è un semplice vocabolo, ma un vocabolario», e che «non c’è una pace rossa e una pace bianca… C’è una sola pace: quella del Padre». Egli combatte apertamente contro la Guerra del Golfo, scrivendo ai parlamentari e condannando la logica bellica come «pazzia bell’e buona». Viene etichettato e deriso, ma non si ferma. Il suo impegno raggiunge l’apice con la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992. Nonostante fosse già gravemente malato, si unisce a circa cinquecento pellegrini in un’impresa che definisce «assurda»: entrare nella città al buio, sotto i pericoli della guerra, per dare un messaggio: «La pace va osata». Don Tonino Bello, morto il 20 aprile 1993, ha lasciato un’eredità che risuona potente oggi. Ci ha insegnato che «gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati». E ci ha chiesto di donare, soprattutto ai fratelli sfortunati, «un’ala di riserva».

La sua vita è un incoraggiamento a non cedere alla rassegnazione e a vivere la fede come un impegno che deve avere la forza e il coraggio di compromettersi «con gli ultimi, ritrovando audaci cadenze missionarie».

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