La Chiesa del grembiule
La sua vocazione era chiara fin dall’ordinazione sacerdotale, segnata dalla frase evangelica: «Per questo Egli mi ha consacrato per annunziare la buona novella ai poveri» (Lc 4,18). Don Tonino non si limita a predicare questa missione, ma la vive con una concretezza disarmante. All’ingresso nella diocesi di Molfetta, chiede di essere accolto come «fratello e amico, oltre che come padre e pastore», portando con sé solo «la Parola di Dio e la tenerezza, la sofferenza e la speranza indistruttibile della mia piccola, stupenda Chiesa d’origine». Egli voleva essere «un Vescovo fatto popolo», e per questo conia l’espressione potente di «Chiesa del grembiule». Il grembiule, per lui, era l’unico paramento sacerdotale registrato dal Vangelo. Don Tonino insisteva su questo: «La stola senza il grembiule resterebbe semplicemente calligrafica. Il grembiule senza la stola sarebbe fatalmente sterile». E non si limita alle parole ma interviene in prima persona a sostegno degli operai in sciopero delle Acciaierie Ferriere Pugliesi; di fronte alla crisi degli alloggi, apre le porte del suo appartamento vescovile a cinque famiglie di sfrattati.
Sarajevo e il vocabolario della pace
Se la semplicità è il suo tratto distintivo, la pace è la sua bandiera. La guerra aveva segnato profondamente la sua infanzia con la perdita del padre e di due fratelli. Da presidente nazionale di Pax Christi, don Tonino si impegna con tutte le sue forze per far comprendere che la pace «non è un semplice vocabolo, ma un vocabolario», e che «non c’è una pace rossa e una pace bianca… C’è una sola pace: quella del Padre». Egli combatte apertamente contro la Guerra del Golfo, scrivendo ai parlamentari e condannando la logica bellica come «pazzia bell’e buona». Viene etichettato e deriso, ma non si ferma. Il suo impegno raggiunge l’apice con la marcia a Sarajevo nel dicembre 1992. Nonostante fosse già gravemente malato, si unisce a circa cinquecento pellegrini in un’impresa che definisce «assurda»: entrare nella città al buio, sotto i pericoli della guerra, per dare un messaggio: «La pace va osata». Don Tonino Bello, morto il 20 aprile 1993, ha lasciato un’eredità che risuona potente oggi. Ci ha insegnato che «gli uomini sono angeli con un’ala soltanto: possono volare solo rimanendo abbracciati». E ci ha chiesto di donare, soprattutto ai fratelli sfortunati, «un’ala di riserva».
La sua vita è un incoraggiamento a non cedere alla rassegnazione e a vivere la fede come un impegno che deve avere la forza e il coraggio di compromettersi «con gli ultimi, ritrovando audaci cadenze missionarie».


